È importante distinguere il sale dal sodio: 5 g di sale corrispondono a circa 2.000 mg di sodio, 10 g a 4.000 mg e 12 g a 4.800 mg. Per fornire un ulteriore riferimento, un cucchiaino di sale contiene circa 2.400 mg di sodio. A titolo di confronto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consiglia di non superare i 5 grammi di sale al giorno (cioè circa 2 grammi di sodio). Eppure, l’assunzione media è stimata intorno ai 2.760 mg giornalieri in Canada e a oltre 3.300 mg negli Stati Uniti. I dati italiani sono molto simili. Gran parte di questo apporto di sodio deriva da alimenti trasformati, piatti pronti e pasti consumati al ristorante.
Prima di raccomandare la quantità di sale da aggiungere, è importante considerare l’apporto abituale attraverso l’alimentazione. Ad esempio, una persona che consuma regolarmente piatti pronti potrebbe già avere un elevato apporto di sodio, mentre chi cucina principalmente utilizzando alimenti freschi potrebbe assumerne una quantità molto inferiore. L’obiettivo deve dunque tenere conto dell’apporto totale di sodio, e non soltanto del sale aggiunto. Nel caso della POTS, sebbene venga spesso indicato un obiettivo di circa 4.000 mg di sodio – pari a 10 grammi di sale – non si tratta di un limite universale.
In pratica, il sale da cucina rappresenta un’opzione semplice, efficace e molto più economica rispetto agli integratori di elettroliti in commercio. Può essere aggiunto direttamente agli alimenti o utilizzato per preparare una bevanda a base di elettroliti fatta in casa (vedi queste ricette). Tuttavia, le bevande a base di elettroliti già pronte e le capsule di sale possono risultare comode per chi tollera male il sapore salato o per chi ha difficoltà a raggiungere il proprio fabbisogno di sodio attraverso la sola alimentazione.
Alcune persone affette da POTS riscontrano un peggioramento della tachicardia, vertigini o affaticamento dopo i pasti. Questa reazione potrebbe essere spiegata, in particolare, dall’aumento del flusso sanguigno verso l’apparato digerente, che può accentuare l’intolleranza ortostatica.
In un piccolo studio clinico condotto su 12 donne affette da POTS e 13 soggetti di controllo, la somministrazione orale di 75 g di glucosio ha determinato, nelle partecipanti con POTS, un aumento della frequenza cardiaca in posizione eretta e una riduzione del volume sistolico. Tali alterazioni sono risultate associate a un incremento del GIP, un ormone intestinale in grado di favorire la vasodilatazione durante la digestione. Sebbene questi risultati suggeriscano un possibile meccanismo fisiologico, devono essere interpretati con cautela, trattandosi di una somministrazione di glucosio puro anziché di un pasto misto. Anche altri studi clinici su pazienti affetti da POTS hanno rilevato un aumento della tachicardia ortostatica dopo i pasti, senza tuttavia riuscire a definire la composizione ottimale di questi ultimi.
In pratica, per i pazienti i cui sintomi peggiorano dopo i pasti, può essere utile privilegiare pasti più piccoli e frequenti ed evitare di consumare grandi quantità di carboidrati in una sola volta. L’obiettivo non è quello di raccomandare un’alimentazione a basso contenuto di carboidrati, bensì di distribuire meglio l’apporto nel corso della giornata.
Gli interventi nutrizionali rappresentano un elemento importante nella gestione della POTS. L’ottimizzazione dell’apporto di liquidi e sale, così come l’adeguamento delle porzioni e della composizione dei pasti, possono contribuire a migliorare la tolleranza ortostatica. Un approccio personalizzato rimane fondamentale per tenere conto dei sintomi, delle abitudini alimentari e delle comorbilità di ciascun paziente.
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